Spider-Man: Un Nuovo Universo

La nostra recensione del film in arrivo il 25 dicembre
spider-man: into the spider-verse

Quando il prossimo anno Spider-Man: Far From Home arriverà nelle sale, le avventure cinematografiche in live action dell’Uomo Ragno toccheranno quota sette. Un piccolo record per un personaggio che dal 2002 ad oggi ha avuto tre registi, tre attori e tre saghe distinte, passando dalle mani dalla Sony Pictures a quelle di Kevin Feige e dei Marvel Studios. Intrecci fatti di diritti di sfruttamento, progetti falliti e ritorni a casa con, a margine, un’immensa necessità di rinnovare una saga bloccata in un loop fatto di origini, villain e tutine rosse e blu.

Mentre i Marvel Studios sono impegnati a spazzare le ceneri del Peter Parker di Tom Holland, ci ha pensato la Sony Pictures a dare all’Uomo Ragno quella ventata di rinnovamento tanto attesa. Sì, la Sony Pictures, quella di Venom, di Spider-Man 3 e dei futuri spin-off senza senso sui più improbabili comprimari dell’Arrampicamuri. Per farlo si è avvalsa di due dei nomi più brillanti del panorama hollywoodiano, quelli dei due licenziati più famosi d’America: Phill Lord e Chris Miller, li stessi che dall’altra parte del fiume avevano capovolto Batman, trasformandolo in un eroe di mattoncini Lego. Non c’è poi molta distanza tra l’operazione fatta con Lego Movie e Lego Batman e quella fatta con Spider-Man: Un Nuovo Universo: utilizzare un mezzo come l’animazione per raccontare un personaggio iconico e famoso in un modo diverso, dando una nuova prospettiva al racconto supereroistico.

A dare sostanza alle idee di Lord e Miller troviamo un trio di registi formato da Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman, rispettivamente animatore di successi come Shrek e Tarzan, regista di Le 5 Leggende e sceneggiatore di 22 Jump Street. Un gruppo ben assortito, capace di dare a Spider-Man: Un Nuovo Universo un tono e un look unico, rendendolo un prodotto visivamente accattivante che mischia la CGI più tradizione alle tecniche di disegno più classiche e fumettose. Per la prima volta, protagonista della storia non è Peter Parker, ma Miles Morales, lo Spider-Man afro americano creato da Dan Slott e dalla nostra Sara Pichelli, qui affiancato da una serie di Uomini (e Donne) Ragno provenienti dalle dimensioni parallele. Si pesca a piene mani da saghe come il Ragnoverso e dal prossimo Spidergeddon, portando sul grande schermo eroi inediti come Spider-Man Noir, Peni Parker, Spider-Gwen e Peter Porker, alias Spider-Ham. C’è anche Peter Parker ovviamente, adulto e disilluso, Uomo Ragno più per inerzia che per un credo interiore, costretto a fare da mentore al giovane Miles, qui anima di un film in cui vive più che mai la cultura black, nascosta tra i paesaggi urbani di New York e la colonna sonora, che alterna i classici brani orchestrati a pezzi di Post Malone e Drake.

Ma a rendere Spider-Man: Un Nuovo Universo uno dei cinecomic più interessanti degli ultimi anni (qualcuno direbbe “il migliore”) è un messaggio di fondo che scorre potente per tutto il film, un messaggio che nasce dalla penna di Stan Lee (qui omaggiato con ben più di un cameo) e riecheggia per tutto il minutaggio, trovando libero sfogo nella trama stessa. Quell’idea che non esista un solo Spider-Man, ma piuttosto un ideale, quello che può rendere chiunque speciale. Che si chiami Peter, Miles o Gwen, ciò che determina la natura di un eroe non è la maschera o il costume, ma il suo animo. Un concetto semplice, ma che troppo spesso finisce per perdersi tra un effetto speciale e l’altro.

Spider-Man: Un Nuovo Universo
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Francesco Martino

Scrivo di cinema e faccio le pubblicità.
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