Split

La nostra recensione di Split, il nuovo film di M. Night Shyamalan con James McAvoy in arrivo il 26 gennaio nelle sale italiane
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Cos’è successo a M. Night Shyamalan? Un tempo regista di culto, l’autore di Il Sesto Senso e Signs ha conosciuto una parabola discendente che l’ha portato verso insuccessi come The Last Airbender ed After Earth. Progetti ambiziosi che hanno portato Shyamalan a perdere l’affetto della critica e del pubblico, ma soprattutto a dover ricominciare da capo la propria carriera. Vediamola così: The Visit, l’horror low budget di due anni fa, era un nuovo inizio per il regista, un prodotto semplice e senza grandi nomi nel cast, ma soprattutto con un’idea di cinema alle spalle.

Split sembra volersi muovere nuovamente nella direzione opposta, rigettando Shyamalan in un cinema frenetico e ipertrofico, in cui anche la premessa più semplice deve essere riempita e gonfiata. Dietro alla follia di Kevin e le sue 23 identità si nasconde un film alla continua ricerca dell’escamotage utile a creare tensione, quella che manca a causa di un racconto spezzettato e frammentario, riempito di sotto trame e flashback che finiscono per annacquare un buon prodotto. C’erano le prerogative giuste per un thriller claustrofobico in stile 10 Cloverfield Lane, ma si è deciso invece di allargare l’inquadratura includendo troppe varianti narrative che finiscono per distrarre, portando il film prima verso un inspiegabile approfondimento medico e poi verso una deriva finale talmente fantasiosa da far rimpiangere quanto visto prima.

Fortunatamente per Shyamalan, ci pensa James McAvoy a ridare spessore al film, tirando fuori una prestazione quasi da fuori classe. L’attore si diverte, si trova a suo agio tanto nel ruolo dell’algida Patricia, quanto in quello del maniacale Barry, arrivando fino al piccolo Hedwig, un ingenuo bimbo di nove anni. Le diverse personalità che vivono all’interno di Kevin dovevano essere la chiave di volta per risolvere l’enigma delle tre protagoniste, ma finiscono per diventare il punto di arrivo di un film volutamente sopra le righe, che soffre della necessità di dover trovare a tutti i costi il colpo ad effetto. Non un vero passo indietro per Shyamalan, che in alcuni frangenti si dimostra anche ispirato dietro la macchina, ma la prova che la mira del regista indiano, bravissimo in passato a sorprendere il pubblico, non è più quella di una volta.

Provaci ancora Manoj.

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Francesco Martino

Scrivo di cinema e faccio le pubblicità.
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