Suburbicon

La recensione della nuova dark comedy di George Clooney, sceneggiata dagli amici e colleghi Coen
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La tranquillità prima di tutto. A Suburbicon, l’entrata in città potrebbe essere accompagnata da questa frase.  Non esiste abitante, in questo piccolo e radioso angolo d’America, che potrebbe trovarsi in disaccordo con questa affermazione. In particolare, Gardner Lodge sarebbe disposto a tutto pur di mantenere intatta la sua ordinaria vita; soprattutto se, a minarne la stabilità, è una nuova famiglia afroamericana trasferitasi proprio vicino casa sua.

Il sesto film di George Clooney come regista ha origine dalla fusione tra uno script firmato dai fratelli Coen e un drammatico capitolo della storia americana caratterizzato dal razzismo e dalla violenza. Siamo ad una svolta sociale ben precisa: la xenofobia serpeggia in ogni angolo, dalle periferie ai quartieri benestanti, trasformando uomini e donne in aguzzini, o in carne da macello, a seconda della prospettiva.

Nonostante i riferimenti letterari siano ben evidenti – e citeremo solo il più famose “A sangue freddo” di Truman Capote -, Clooney riesce nell’impresa di realizzare un prodotto denso di morale, classico nella sua architettura, ma in nessun modo scontato. Attraverso gli occhi di un bambino spaventato, il regista osserva  la manifestazione della malvagità umana, prendendo in prestito dai suoi colleghi sceneggiatori quella particolare abilità di regalare al pubblico l’altra faccia del dark: l’umorismo isterico e goffo dei cattivi.

Matt Damon, Julienne Moore e tutti gli altri protagonisti, indossano alla perfezione l’abito scelto per loro da Clooney. Li vediamo muoversi frenetici sullo schermo, incendiati dalla rabbia, decisi a proteggere il proprio status quo anche a costo di frantumare quella maschera costruita con tanta fatica per la società.

Suburbicon segna sicuramente un altro successo nella carriera di George Clooney dietro la macchina da presa, ribadendo, a chi ancora non se ne fosse accorto, il talento dell’attore nel veicolare la riflessione politica attraverso un buon uso del mezzo cinematografico, inteso nella sfumatura più goliardica del termine.

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Martina Amantis

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