Suicide Squad

Suicide Squad arriverà nelle nostre sale il 13 agosto, ma nell'attesa non perdetevi la nostra recensione del cinecomic di David Ayer
suicide squad

Sono passati quasi cinque mesi da quanto la Warner/DC ha dovuto incassare le critiche ricevute con Batman v Superman e rimboccarsi le maniche sul suo universo cinematografico. Sebbene ci sia ancora qualcuno convinto del contrario, il disastro di critica che ha colpito il film di Zack Snyder ha avuto delle ripercussioni non da poco sugli altri progetti, stravolgendo non solo i vertici della DC Entertainment, ma anche la direzione creativa dell’universo cinematografico. Magari qualcuno griderà ad una presunta libertà creativa, ma quello che emerge da Suicide Squad è la confusione e l’indecisione che hanno cullato questo progetto sin dalla sua nascita. Confusione, perché sono evidenti i tanti e insensati rimaneggiamenti in cabina di montaggio, quelli che finiscono per dare al film una forma poco digeribile, e che riescono a rendere difficoltosa anche la visione più smaliziata del film. Volendolo vedere come un guilty pleasure caciarone, Suicide Squad riesce a dimostrarsi incapace di mettere in piedi una trama orizzontale semplice e lineare, annodandosi su flashback e maldestri tentativi di approfondimenti dei personaggi. I membri della Task Force X finiscono così per essere delle macchiette, delle action figure alle quali qualcuno si è divertito a mettere in bocca delle battute pregne di fan service (dobbiamo ancora ridere dopo la decima battuta di Harley Quinn?), riempiendo il film di una comicità forzata, capace di rivaleggiare con quella di Thor 2 in quanto a fastidio, e dimenticandosi l’importanza di portare avanti dei personaggi credibili. Parlando di credibilità, il film di Ayer cerca in tutti i modi di farci affezionare ad una banda di cattivi, psicopatici ed assassini, assemblando una squadra da utilizzare nei tentativi più disperati, quando “il prossimo Superman sarà un terrorista”, salvo poi dimenticarsene, rendendo i vari Deadshot, Harley e Killer Croc una “famiglia” (cito testualmente), senza che questo rapporto sia mai stato presentato al pubblico. Si salva da questa carneficina El Diablo, l’unico personaggio degno di questo nome, portato avanti con un background narrativo forte, e le buone interpretazioni di alcuni attori forti, su tutti un Will Smith che sembra aver ritrovato la forma migliore dopo alcuni terribili flop.

In questo complicato incastro di scene mal montate c’è poi il Joker di Jared Leto, croce e delizia del film di Ayer. Se la chimica tra Leto e la Robbie sembra funzionare alla grande, il ruolo “risicato” del villain non ci da modo di caprine davvero le potenzialità. Presentato al pubblico come una delle attrazioni principali di questo film, il nuovo Joker riesce ad aver in tutto pochi minuti di screen time, risultando quasi un fastidioso peso per la trama, costretta a farlo comparire con flashback e scene poco credibili, piuttosto che un valore aggiunto. Ciò che infastidisce di più di Suicide Squad è comunque la strafottenza con cui il film di Ayer ci tiene a sottolineare i suoi difetti, cercando quasi di camuffarli e renderli “vincenti”. Non mi sorprenderei se qualcuno si dicesse soddisfatto del montaggio iniziale, in cui veniamo costretti a vedere una girandola di videoprofili al neon degni di un sito in incontri, o nemmeno dell’incessante utilizzo di canzoni pop, inserite nel film senza alcun criterio, ma cercando di utilizzarle come amalgama per delle scene senza alcun legame narrativo. Se Batman v Superman era un coraggioso fallimento, Suicide Squad è uno snervante tentativo di scimmiottare un cinema leggero e pop, trasformandolo però in un giro sulle montagne russe che finisce per darci la nausea.

Suicide Squad
5
Suicide Squad
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Francesco Martino

Nato nel 1989 è studente di Giornalismo a Roma Tre. Ha collaborato con Prismo, Vice e Dude Mag. Scrive su Serial Minds e in edicola su Il Mucchio.
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