Ted Bundy – Fascino criminale – La recensione

La recensione del film dedicato alla storia del famoso pluriomicida, interpretato da Zac Efron...
Ted Bundy

Ispirato al libro autobiografico di Elizabeth Kloepfer, Ted Bundy – Fascino criminale segna il passaggio definitivo di Zac Efron da idolo delle teenager americane ad attore drammatico, vestendolo di un ruolo – quello dello spietato e carismatico serial killer – talmente perfetto per le sue misure da neutralizzare tutto il contorno.

La prima ad essere sacrificata è proprio Elizabeth, interpretata da Lily Collins: nonostante tutta la vicenda criminale passi attraverso il suo racconto, la compagna di Ted Bundy viene rappresentata solo come una vittima inerme, completamente soggiogata dal fascino di quel ragazzo incontrato ai tempi dell’università. In realtà la donna fu un tassello fondamentale nella lunga azione investigativa che portò alla cattura del pluriomicida, fornendo alcuni dei dettagli chiave per la soluzione degli efferatissimi crimini di cui era responsabile.

Da parte sua invece, Zac Efron fa quello che può. All’interno di una cornice davvero limitata, l’attore tenta di riproporre sul grande schermo quelle caratteristiche che attirarono sul serial killer un interesse talmente perverso da sfociare, in alcuni casi, in vera e propria idolatria. Nel film però, l’unico elemento catalizzante sembra essere la bellezza dell’uomo e non la sua straordinaria capacità di costruire un’immagine artefatta, e al tempo stesso apparentemente perfetta – di se stesso: un promettente self-made man, che per questo mai avrebbe potuto uccidere con ferocia oltre 30 giovani donne, agli occhi del pubblico – e parliamo dei delitti accertati.

Invece di approfondire e seguire il taglio narrativo scelto sin dai primi minuti del film – quello del rapporto tra Ted ed Elizabeth -, il regista Joe Berlinger (The Blair Witch Project 2) tenta di ricreare la combinazione perfetta raggiunta nella docu-serie di Netflix, Conversazioni con un killer: Il caso Bundy, ma tralascia la ricostruzione del caso e penalizza l’introspezione, puntando tutto sui momenti più eclatanti della storia, quelli del processo. Un vero peccato.

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Martina Amantis

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