TFF34 – Porto

La nostra recensione di Porto, diretto da Gabe Klinger e in concorso al Festival del Cinema di Torino
Porto

Non basterebbero un milione di mani per contare i film sull’amore. Perfino quando quest’ultimo non è il tema principe, trova sempre il modo di infiltrarsi. Oggigiorno, per non rischiare di perdere l’attenzione di un pubblico smaliziato, occorre rischiare, perdersi in tutte le possibili declinazioni narrative e non che quel sentimento può offrire. Porto, diretto da Gabe Klinger e presentato in concorso al Torino Film Festival, narra la vicenda di due giovani incontratisi nell’omonima cittadina portoghese. Lui è un lavoratore a giornata, lei una studentessa ambiziosa coinvolta in una relazione con un uomo più grande. Il racconto si dipana in poco più di una notte: un lasso di tempo sufficiente affinché la potenza amorosa si sprigioni i tutte le sue sfaccettature, o quasi.

L’opera di Klinger è più simile ad un filmino fatto in caso che ad una pellicola da festival, ma in questo caso non è uno svantaggio. il regista riesce a trasferire un aspetto pseudo amatoriale perfettamente in linea con la sua politica visiva. Sebbene stia raccontando un sentimento universale, forse il più coccolato od osteggiato dall’intera umanità, la sintonia con i suoi protagonisti, e in particolare con quanto si smuove al loro interno, è talmente manifesta da essere il vero polmone della pellicola. Esattamente come i due giovani, l’opera esige un diritto alla vita, un diritto all’espressione. Ha dalla sua parte un’atmosfera da libro di ricordi, da filmato, da diapositiva: un resoconto atemporale che tutti conoscono, ma non si stancano mai di guardare. Non c’è banalità o ripetizione se si decide di rappresentare la propria immortalità, quello che per noi non può avere fine. Questo Klinger sembra averlo imparato, tant’è vero che ricicla addirittura degli spezzoni del film all’interno del film stesso.

Porto, secondo una tradizione teatrale, si suddivide in tre atti: il punto di vista di Jake, lo scomparso Anton Yelchin cui il film è dedicato, quello di Mat, Lucie Lucas, e infine quello di entrambi. Si tratta di un’operazione simile a La scomparsa di Eleanor Rigby, con l’unica e sostanziale differenza che Klinger non ha avuto necessità di produrre tre film diversi. I vari frammenti si intersecano e combaciano come se non fossero mai stati separati. Perfino le musiche, piano nel primo, violino nel secondo, si concedono un accordo unito e suggestivo, per quanto disarmonico. In effetti la notte che guardiamo appartiene solo a loro e a ciò che stanno condividendo. Non è infatti un caso che Jim Jarmusch (Solo gli amanti sopravvivono) figuri come produttore esecutivo. La loro non è una scelta, ma una condizione esistenziale e l’epilogo dove la fissità la fa da padrona ne è l’esempio perfetto.

Porto
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