“The Crown 4” non è tv: è cinema su piccolo schermo

Un unico spartito spezzato in dieci parti, unito da uno straordinario comune denominatore: la più assoluta e intoccabile qualità di ogni sua singola nota...
The Crown

La quarta stagione di The Crown andrebbe proiettata nelle scuole. Altro che libri di storia e noiose interrogazioni: il Novecento andrebbe raccontato agli studenti di oggi e del domani tramite Netflix, piazzando una puntata a settimana della serie scritta da Peter Morgan e mostrandogli particolari che sulle pagine di carta – che noi tutti rispettiamo – non noterebbero. Dico la quarta e non le precedenti perché ho visto solo l’ultima, spinto dal consiglio della mia ragazza che da quel momento in poi benedico ogni santo giorno. Mai avrei pensato di amare tanto la regia di una serie quanto quella di Mindhunter; mai avrei immaginato di appassionarmi tanto a un tema storico al di fuori dei miei confini nazionali; mai avrei concepito di poter dire: “Questa è la serie migliore di sempre per la quasi totalità dei suoi aspetti”. Eppure sono qui a dirlo anche con una certa fermezza, tanto vale spiegare i perché.

Partiamo da un punto di osservazione meramente estetico. È vero, il budget permette a produzioni simili di azzeccare praticamente tutto ogni volta, dai costumi alle scenografie, passando per la scelta del cast tecnico e artistico. Qui però va specificato un dato impressionante, che riguarda in primis la resa dell’intera opera: ogni singola inquadratura – every single shot, per dirla a modo loro – è una diamine d’opera d’arte. Dovesse un domani Netflix organizzare una mostra esponendo le riprese migliori farebbe enorme fatica a non occupare l’intero British Museum. Dagli esterni – i viaggi di Carlo e Diana, le fedeli riproduzioni storiche dei paesi visitati e dei costumi dell’epoca – agli interni di Kensington, Buckingham Palace e Highgrove: è evidente che la qualità del prodotto non sia da piccolo ma da grande schermo. La quarta di The Crown è letteralmente un unico spartito spezzato in dieci parti, unito da uno straordinario comun denominatore: la più assoluta e intoccabile qualità di ogni sua singola nota.

Le musiche non stanno di certo lì a guardare. Sorvolando sulla sigla composta da Hans Zimmer (di quelle che non skippi mai per rispetto), i brani scritti da Martin Phipps contribuiscono perfettamente a rendere il gelo imperante all’interno delle stanze e dei cuori della famiglia reale nonché la tensione presente tra genitori e figli, coniugi e amanti e financo avversari politici. Le tracce scritte per la serie rispecchiano idealmente lo stile di regia: eleganti e mai sopra le righe, intoccabili per delicatezza e allo stesso tempo incisività. Il prodotto giusto per il tipo di storia raccontata, la cornice perfetta per una storia travagliata ma estremamente pulita nel suo rigoroso e spesso controproducente rispetto delle regole.

Con le interpretazioni tocchiamo vette onestamente imprevedibili. La scelta di Emma Corrin nei panni di Lady Diana lascia impressionati di puntata in puntata. La dolcezza e la sensibilità della Principessa più amata d’Europa si specchiano perfettamente nella bravura dell’attrice, spontanea e fragile quanto il personaggio interpretato. La postura del Principe Carlo (Josh O’Connor), l’algida Regina (Olivia Colman), l’umano Principe Filippo (Tobias Menzies) e la cinica Margaret (Helena Bonham Carter) contribuiscono a regalare ulteriore spessore alla serie, stendendo il tappeto rosso alla vera, clamorosa prova attoriale della stagione: quella di Gillian Anderson nei panni di Margaret Thatcher, primo ministro britannico per undici anni e mezzo. La Donna di ferro viene qui rappresentata nel suo caparbio attaccamento alla politica e ai suoi princìpi, nell’ironico ma saldo rapporto con il marito e nell’eccessivo attaccamento nei confronti del suo primogenito. Testarda ma umana, tenace eppure non imbattibile: il ritratto più sincero che si potesse dipingere, persino nel rapporto con Elisabetta II: schietto e crudele, ma tanto paritario da chiudersi nel più onorevole degli epiloghi.

Il regno di Elisabetta II – in vigore dal 2 giugno del ’53 – viene minuziosamente raffigurato tramite studio delle fonti e approfondimenti tecnici degni dell’Oscar. Se nella sua prima parte la serie mantiene l’identità storica adatta per estraniarsi da polemiche di palazzo, con la quarta stagione entra invece a gamba testa nella storia contemporanea della Royal family e non senza imbarazzi di sorta. La storia tra Carlo e Camilla ha riacceso gli animi britannici tanto da spingere molti utenti Twitter a prendere d’assalto il profilo del Principe del Galles e della sua attuale moglie Camilla, all’epoca avversaria di Diana. Netflix, dal canto suo, non ci sta e ha prontamente risposto tramite i suoi canali: «Qui troverete le risposte a molte delle vostre domande», si legge nella didascalia che lancia un estratto di Diana: In Her Own Words, il documentario basato sulle sulle registrazioni segrete del giornalista Andrew Morton, realizzate in occasione della stesura della biografia che fece scandalo. The Crown non è solo perfezione stilistica, è anche rischio calcolato.

Non si corre alcun rischio, invece, a godersela pure lentamente dal proprio divano di casa, provando magari la frustrazione di non poterla ammirare su uno schermo cinematografico. Quando un prodotto di questo tipo provoca un desiderio simile significa che rompe il muro del suono che divide tv e cinema. Noi abbiamo l’onore di poter salire a bordo: che fate, rifiutate?

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Riccardo Cotumaccio

Sono un ragazzo di ventisette anni che parla di calcio in radio e lavora nelle scuole di Roma per avvicinare gli studenti al giornalismo. Particolarmente egocentrico e poco umile, sono certo di una cosa: quando scrivo di cinema sto bene.
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