The Founder

La nostra recensione dell'ultimo film di John Lee Hancock con protagonista uno straordinario Michael Keaton
The Founder

Che cos’è la globalizzazione? Google la definisce come “diffusione su scala mondiale, grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, di tendenze, idee e problematiche”. A teoria ci siamo, ma vi può essere qualcosa in grado di riassumere in maniera più semplicistica, magari con un’icona, o un luogo, questo concetto? La risposta, ovviamente, è “certo che sì”. Pensateci bene; tutto ciò che ci circonda, dal prodotto al supermercato, a un film al cinema, parla di globalizzazione. Eppure nessun altro simbolo, se non una grande M gialla su sfondo rosso riesce più di altri a farci comprendere quanto il nostro modo di vivere (e di mangiare) sia cambiato negli ultimi decenni. La storia nascosta per anni dietro quella M di McDonald’s è tanto suggestiva, quanto poco conosciuta. Insomma, un combo perfetto tra lacrime, aspirazione e risate amare, che non poteva non attrarre il mondo di Hollywood. E così è stato; la storia del fast-food più famoso al mondo è diventato adesso un film, The Founder. Se credete, però, che al centro dell’opera vi sia la storia di un certo “Signor McDonald” beh vi state sbagliando  di netto. Già perché al centro di The Founder vi è sì la storia di un uomo che dal nulla si ritrova a capo di un impero, ma che di cognome non fa McDonald, bensì Kroc.

Inventore di oggetti dal poco successo, Ray Kroc (Michael Keaton) si imbatte nell’impresa dei fratelli Dick (Nick Offerman) e Mac (John Carroll Lynch) McDonald. Inventori del Sistema Espresso, grazie al quale si può ottenere un’ampia e rapida produzione di pasti, a bassissimo costo, nella California degli anni Cinquanta, Ray riesce a cogliere immediatamente le potenzialità di questa idea, facendo di tutto per  esportarla nel resto degli Stati Uniti, lasciando i fratelli McDonald vittime di una serie di operazioni senza scrupoli.

John Lee Hancock accende la piastra e riscalda il fuoco dell’ambizione di un uomo, capace con maestria e fascino a conquistare la fiducia di due uomini, prendere  a prestito un loro sogno, cucinarlo bene, per poi venderlo come proprio. Dei fratelli McDonald, il franchising avrà solo il nome. Dietro quella M gialla su sfondo rosso, e in quell’idea di “nuova chiesa d’America”, in cui tutte le famiglie si potranno rifugiare per consumare insieme un pasto veloce, c’è tutta la sottile bramosia di Kroc. Il tenere a cuore gli interessi degli altri, e la dedizione agli impegni presi, sfuma veloce tanto quanto un hamburger esce dalla cucina. “Se non puoi combatterli puoi comprarli; questo sembra essere il fulcro nevralgico su cui si espande l’intero intreccio. Ristorante dopo ristorante, l’ambizione e l’egocentrismo di Kroc si espande proporzionalmente all’ammontare dei propri guadagni, ed ecco che l’eroe buono, l’ordinary man con cui il personaggio ci è stato presentato all’inizio, si trasforma in un anti-eroe sgradevole, meschino, freddo, come la Coca Cola servita insieme ad un McChicken. Eppure, siamo sinceri; per quanto odioso Kroc possa risultarci, non riusciamo proprio ad odiarlo. In lui si nasconde insito quel lato egocentrico ed ambizioso nascosto in ognuno di noi. La sua unica colpa è stata solo quella di tirarlo fuori, renderlo visibile ai nostri occhi; ecco perché non riusciamo a sopportare la sua scalata al successo; ecco perché non riusciamo a guardarlo negli occhi, provando per lui un qualche sentimento di pietas. È qui che si ritrova la capacità di Hancock di sviluppare le proprie storie. Senza un approccio personale ed umano, anche la storia più interessante può trasformarsi in un’opera insipida e debole. The Founder, invece, si appoggia su una componente umana realistica e luciferina che, per quanto smussi il carattere mefistofelico del protagonista, pone di pare passo l’ambizione e l’egoncetrismo latente, con l’ironia di Kroc, attirandoci verso di lui. Ovviamente se tutto questo marasma emozionale all’interno dello spettatore ha potuto aver luogo è perché dietro a questa performance c’è stata un’interpretazione magistrale come quella di Michael Keaton. L’attore rende ancora una volta reale un uomo già esistito; ce lo fa conoscere, odiare, e qualche volta amare, assemblando pezzi di vita vissuta e immaginata, ponendo sul vassoio  che Kroc è la tipica simpatica canaglia, che dal nulla diventa capo di un tutto. Come una sorta di Ursula della Sirenetta, abbindola i propri “nemici/amici”, li conquista con il suo canto, si appropria del loro dono, per poi lasciarli inermi, in piedi sì, ma incapaci di far sentire la loro voce mentre richiedono inutilmente i loro diritti. Kroc non si discosta dunque molto dal Walt Disney di Saving Mr. Banks, sostituendo un fast-food alla storia di Mary Poppins. Entrambi otterranno alla fine l’oggetto del loro desiderio, renderanno immortale la loro opera; eppure, a differenza del papà di Topolino, Kroc, attraverso la lente indagatoria di Hancock, baratterà il proprio successo con la simpatia dello spettatore. Perché per quanto veloce, il successo – proprio come un pasto al fast-food – non è garanzia di soddisfazione e di gusto del pubblico.

The Founder
8
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  • Voto
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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