The Front Runner – il vizio del potere

La nostra recensione del nuovo film di Jason Reitman, regista di Juno e Tully, con protagonista Hugh Jackman
the front runner

Un lungo piano sequenza; giornalisti sull’attenti pronti ad andare in onda; una finestra aperta; un senatore, Gary Hart, candidato favorito nella corsa alla Casa Bianca, che discute con i suoi collaboratori. A Jason Reitman (regista di Juno e Tully) sono bastati un paio di minuti per mettere a punto un prologo fatto di immagini e pochi dialoghi con cui presentare il suo nuovo film, The Front Runner – il vizio del potere  (tratto dal libro-verità All the truth is out di Matt Bai). Ed è proprio in quel piano sequenza messo in scena in maniera tecnicamente ineccepibile e che unisce, senza stacco di montaggio, l’universo personale del senatore democratico Hart, a quello esterno, fatto di giornalisti e curiosi, che si rinchiude un panorama politico pronto a deflagrare.

Prima di Gary Hart il mondo dei giornalisti e quello dei politici andavano pressoché a braccetto. Dopo lo scandalo che investì il senatore a seguito dell’inchiesta firmata da due giornalisti che lo inseguirono per giorni – scena, questa, riportata come se fosse un duello western, fatto di primissimi piani e scatti di flash al posto delle pallottole – gli animi distesi e i rapporti pacifici tra le due fazioni si ruppero come fragili cristalli.

The Front Runner, erede di quell’interesse mediatico dell’industria dell’intrattenimento a stelle e strisce nei confronti di una politica tramutatasi autonomamente in barzelletta e per questo oggetto di demistificazione e attacchi al vetriolo (si pensi a House of Cards) racconta il prima e il dopo di quel 2 giugno 1987 in cui i due giornalisti del Miami Herald affrontarono il senatore Hart sbattendo in prima pagina la relazione extraconiugale intercorsa dall’uomo con Donna Rice e, con esso, il tradimento alla patria e ai valori americani che tanto affermava di proteggere.  E così da sistema vitale e amichevole, in cui staff e giornalisti si scambiavano idee e informazioni, il rapporto tra stampa e politica prese le sembianze di quella battaglia mediatica andata ad acuirsi fino ai giorni nostri. Da quel giorno tutto iniziò a essere preparato in anticipo e a tavolino; i politici si trasformarono in attori pronti a mostrarsi sul palco con impressi nella memoria i copioni da recitare, e così ai giornalisti fu sempre più difficile scoprire la vera identità di quegli uomini di cui erano costretti a scrivere.

Più che all’assetto teatrale costruito da Joe Wright in L’ora più buia, Jason Reitman preferisce inserire i propri personaggi all’interno di stanze quasi asettiche, dove luci e folle soffocanti distraggono i personaggi mandandoli in confusione. Le redazioni giornalistiche che tanto ricordano quelle mostrate da Steven Spielberg in The Post, e gli spazi aperti, eppure così claustrofobici, in cui Hart si sente oppresso e a disagio, sono scatole che rinchiudono il protagonista senza mostrargli alcuna via di uscita, se non l’ammissione dei suoi “peccati”. Interessante notare come una volta messo K.O, soprattutto dalle parole taglienti lanciategli dalla moglie Oletha, Gary venga invaso dall’oscurità profonda, mentre a illuminare la donna è una luce sempre accecante. Sebbene quell’ombra non sarà mai sintomo di una probabile damnatio memoriae, i giochi di chiaro-scuro messi in campo in The Front Runner enfatizzano, fino a comunicarli visivamente, i sensi di colpa che porteranno l’uomo a dimettersi e nascondersi per un po’ nell’oblio mediatico.

Coadiuvato dal montatore Stefan Grube e dal direttore della fotografia Eric Steelberg, Reitman si dimostra nuovamente capace di porre la propria regia a servizio della narrazione. Tutto in The Front Runner sa di quegli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta: la musica, la disco-ball, i vestiti, le acconciature, i colori caldi dal sapore vintage di una fotografia curata in ogni dettaglio e ben enfatizzante gli animi turbolenti che infiammano la scena. Ma a giocare un ruolo chiave nello sviluppo della vicenda è il montaggio, impostato ritmicamente sulla natura degli eventi che segneranno la vita diegetica del protagonista. Il montaggio serrato come riflesso visivo della quotidianità frenetica e ripetitiva del personaggio di George Clooney in Tra le nuvole, lascia qui spazio a lunghe riprese con cui Reitman non solo segue con attenzione ogni piano d’azione concepito dai collaboratori del senatore e dalle redazioni giornalistiche, ma enfatizza il senso di attesa che accompagna Hart verso l’acme drammatico e scandalistico della storia. Sebbene tale tecnica sottolinei da una parte l’attenzione con cui Reitman tratta il proprio materiale cinematografico, dall’altra questa piattezza apparente, generata da ritmi distesi, può apparire estremamente noiosa agli occhi degli spettatori. Questo va a inficiare negativamente non solo sull’ottima prova registica di Reitman, ma anche sulle eccellenti performance attoriali di Hugh Jackman e Vera Farmiga (i cui occhi sono oceani in cui perdersi e ritrovarsi a nuotare in mezzo a onde di dolore e rassegnazione).

Alla rottura dei rapporti tra politici e giornalistici si affianca inoltre anche la deflagrazione del nucleo famigliare. Un tema, questo, che unisce la produzione del regista canadese, sempre attento a seguire personaggi condizionati da una forte sindrome di Peter Pan che li rende capricciosi, viziati, egoisti, interessati a volere tutto e subito, a discapito spesso del proprio equilibrio domestico. Senza mai mostrare cosa sia veramente successo in quell’appartamento tra Hart e Donna Rice, Reitman lancia inoltre un importante spunto di riflessione al proprio pubblico: quanto lo spettro privato di un politico condiziona il suo operato? È giusto, cioè, riportare ogni singolo aspetto nella vita di un politico in vista di una sua importante carica governativa, o è bene che la privacy resti tale anche se si parla di un personaggio pubblico?

Sono film come questi, che fanno riflettere, sebbene in alcuni punti il ritmo cali inesorabilmente rallentando la pellicola, che fanno bene a un tipo di cinema prettamente focalizzato su aspetti sociali e attuali. Peccato che si parli comunque di una tipologia di cinema non commerciale, e che per questo relegherà The Front Runner a una piccola nicchia di spettatori.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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