The Lighthouse – La Recensione

“La tua irrequietudine mi fa pensare agli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose”. È un passo di una poesia di Eugenio Montale ad aprire questa...
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“La tua irrequietudine mi fa pensare agli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose”. È un passo di una poesia di Eugenio Montale ad aprire questa recensione di The Lighthouse, nuovo film di Rogert Eggers dopo il successo di The VVitch (QUI la nostra recensione), non perché in questa opera si scorge qualcosa di poetico, quanto perché l’irrequietudine che assale l’io del testo montaliano, è la stessa che affligge, gettandolo nel baratro della pazzia, Ephraim Winslow (Robert Pattinson) nel corso del film.

Tutto in The Lighthouse è giocato su un doppio binario, un sistema dicotomico di opposti che si attraggono innescando la miccia finale. Il buio e la luce del faro; il bianco e nero della fotografia; il giovane e il vecchio guardiano del faro; la calma e la tempesta. Tutto in questa cornice in 4:4 concorre alla costruzione di una catabasi in cui lanciare il personaggio del giovane Ephram. Una discesa agli inferi della psicosi, la sua, scandita da una nenia inquietante. I frammenti in camera fissa che segnano l’incipit del film, sono flash anticipatori di un mondo selvaggio e atavico nato in seno a un’ira animalesca che l’uomo ha imparato ad addomesticare, ma che nell’ambito dello spoglio e impetuoso scenario di un faro desolato, trova ora la sua via di uscita. Magnifico l’uso espressionista del bianco e nero. In un mondo in cui il buio dell’anima non ha bisogno di colore ma solo di luce che gli illumini il cammino, la bicromia creata dal direttore della fotografia Jarin Blaschke esalta le ombre, e con esse l’imminente pericolo. L’oscurità sta per prendere possesso di quel poco barlume di speranza che ancora abbagliava il microuniverso di Thomas Wake (Willem Dafoe) e a nulla servirà la luce del faro per illuminare il loro cuore. Il buio sta prendendo il sopravvento. 

Concteau affermava che il cinema è la morte a lavoro 24 fotogrammi al secondo, e quello modellato con cura da Eggers è la perfetta litografia del sonno eterno vestito di incubo. Le parole mancano in The Lighthouse, sono scarne e centellinate; una lacuna dialogica colmata da un lavoro fisico ed espressivo portato sullo schermo con fare titanico dai due protagonisti, un mefistofelico Williem Dafoe e un intenso e introspettivo Robert Pattinson. La loro è una tela interpretativa intessuta di suggestioni, di significati altri nascosti con cura dietro ogni movimento, o micro-espressione. Solcato da rughe profonde, il volto di Dafoe è perfetto per far scorrere le onde dell’ossessione e del terrore pronte ad abbattersi come onde durante la tempesta sul corpo e nella mente del suo comprimario Robert Pattinson. Il personaggio del giovane Ephram cammina in equilibrio sulla balaustra del sospetto, per poi lasciarsi inglobare dalla spirale della disperazione, come perfettamente rappresentata visivamente dall’immagine delle scale a chiocciola, metafora perfetta del vortice della pazzia che solo un ambiente deserto come un faro può suggerire.

Eggers gioca con la colonna vertebrale dei padri fondatori del genere thriller-horror non solo cinematografico ma anche letterario (dalla “Ballata del Vecchio Marinaio” di Coleridge al Maelstrom di Edgar Allan Poe) e come già compiuto in The VVitch, costella la propria opera di rimandi e cliché tipici del genere ambientato in uno scenario marittimo. Eppure, sirene, gabbiani violenti, tempeste in agguato, non riescono a donare a The Lighthouse quel coinvolgimento sublime e ansiogeno che ci si aspetterebbe. Tutto è veramente troppo piatto. La componente narrativa soffoca sotto il peso di un impianto visivo così magistrale. Tenta di rialzarsi, di sorprendere e terrorizzare con un attacco arrembante i propri spettatori, ma il suo è uno sforzo vano. Tangibile e invalicabile è la distanza che separa lo schermo dal pubblico in sala. Non c’è ansia, terrore, suspense o vuoti allo stomaco, ma solo sublime incanto per un costrutto visivo di rara, sublime bellezza.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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