Veloce come il vento

Motori, dubstep e il difficile rapporto tra due fratelli. La nostra recensione del film di Matteo Rovere
Veloce come il vento

Per prima cosa, una riflessione. Da Lo Chiamavano Jeeg Robot a Non Essere Cattivo la sentenza delle sale è un grido unanime: la qualità non ci ha rotto il ca**o.  Ecco quindi Veloce come il vento, nato in un periodo in cui ci si aspetta veramente molto dalla settima arte nostrana. E non delude, andando ad accodarsi a quella che è stata già definita la nuova era del cinema italiano.

Matteo Rovere strizza ancora l’occhio ai videoclip statunitensi, ma mette in scena un dramma famigliare senza fronzoli, dove le corse automobilistiche sono solo un pretesto per raccontare la rottura del rapporto tra due fratelli, interpretati dalla splendida esordiente Matilda De Angelis e da Stefano Accorsi. Proprio quest’ultimo, inaspettatamente, è la vera attrazione del film: dimagrito 11 kg, è qui alla migliore interpretazione della sua carriera, mai completamente apprezzata dalla critica.

Ispirato alle vicende del pilota di rally Carlo Capone, ora ricoverato in un istituto psichiatrico, Veloce come il vento non sbaglia e accende i motori solo quando ce n’è veramente bisogno. Il girl power della giovane pilota Giulia, unica quota rosa del Campionato GT, è perfettamente inquadrato dalla splendida fotografia fredda di Michele D’Attanasio, e dall’azzeccatissima colonna sonora elettronica, adatta alla cazzutaggine, passateci il termine, delle ambientazioni.

Una parola, a questo proposito, sul contesto. Matteo Rovere sceglie la realtà emiliano-romagnola, decidendo di non toccare il dialetto dei protagonisti, tutti attori della regione. Ciò rende ancora più credibili e soprattutto empatici i rapporti tra di loro.

Si potrebbe dire che la pellicola includa tante cose già viste: il fallimento di una carriera e il riscatto finale, lo sfacelo di una famiglia dovuto a lutti e a problemi interni, tossicodipendenza, le corse sfrenate clandestine e non. Sembrerebbe un perfetto mix tra Rush e Fast & Furious. Veloce come il vento, invece, china la testa e senza pretese – con qualche difetto narrativo sbrigativo che però perdoniamo – porta a termine ciò che promette: fare le curve a 200 km/h non perdendo di vista i delicati intrecci umani.

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Claudia Bighi

Redattrice, Ufficio Stampa e Gestione Social per ATL, su cui scrive e sdrammatizza. Dal 1990 abusa di pasticche di Cinema ma ha sempre rifiutato il rehab.
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