Venezia 75: The Sisters Brothers

La nostra recensione dell'intenso western firmato Jacques Audiard
Sisters Brothers

È un cavallo stanco che si inerpica a fatica sulle pendici di una collina The Sisters Brothers. Arranca stanco, ansimante, ma una volta raggiunta la vetta eccolo esultare, raccogliere tutte le proprie straordinarie energie e lanciarsi in una corsa sfrenata lunga sessanta minuti. Superficialmente potremmo inserire il film di Jacques Audiard entro i facili confini del genere western, ma così non è. Nonostante l’opera preveda tutti i passaggi narrativi obbligati di tale categoria cinematografica, ognuno di questi presenta una particolarità che la rende irriducibile all’omologazione. Il regista Palma d’oro a Cannes ribalta gli stereotipi, li interiorizza e li fa propri, sottomettendoli a intenti introspettivi e conflitti personali di personaggi mai statici, ma in perpetuo movimento, sia fisico che emotivo. Un’oscurità interiore che danza nel profondo, traducendosi in una fotografia poco chiara o limpida, perché interrotta da continue zone d’ombra. Un buio accecante nella sua profondità che sottolinea le paure e le lotte interiori con cui si raffrontano i protagonisti.

Se il vecchio cliché degli inseguitori e degli inseguiti si presenta per un’ora buona per quel che è – un cliché trito e ritrito – improvvisamente lascia spazio a un cambiamento repentino. I colpi in canna cominciano a essere più potenti, e così le pagine di sceneggiature, taglienti e sublimemente disturbanti. I Sisters Brothers da complesso unito, compatto, in perfetta sincronia, diventano due cantanti singoli. Lo Ying e lo Yang dei cacciatori di taglie. Uno, Eli, sensibile (John C. Reilly), l’altro, Charlie, istintivo e animalesco (Joaquin Phoenix). Finché i due fratelli corrono sulla stessa lunghezza d’onda, un susseguirsi di campi lunghi e totali entrano in campo per unirli; sarà nel momento in cui si fanno avanti i primi screzi, e le croste che ricoprivano un legame farraginoso si tolgono dolorosamente, che le inquadrature si fanno più ristrette e i volti vengono divisi in campi e contro-campi. La macchina da presa sembra accarezzare un incanto feroce, quello di una bestialità che non dimentica l’umanità, riverberata in un paesaggio desertico, arido. Sarà nel momento in cui i due fratelli si avvicinano alla coppia di inseguiti – Morris e Warm – che la situazione si ribalta nuovamente e un’umanità solo apparentemente perduta torna a scorrere come il fiume che accompagna il loro cammino.

Ecco allora che la storia principale, la mano che tiene il filo dell’intreccio con quel desiderio scatenante di raggiungere e catturare i personaggi di Riz Ahmed e Jake Gyllenhaal si assottiglia sempre più; il subplot del conflitto fraterno, bracciata dopo bracciata, raggiunge la riva assumendo il controllo della narrazione fino a dominarla. Il punto di incontro del montaggio alternato non sarà più lo scontro come vorrebbe il più classico dei western, bensì l’unione, l’ordine che scaturisce dal disordine. Presi nella loro singolarità, i due fratelli sono uno la nemesi dell’altro; un’immagine speculare che ritrova in Morris e Warm la propria duplicazione. Charlie-Warm, ed Eli-Morris non sono più poli estremi di un gruppo di inseguitori o inseguiti, ma doppi che vivono l’uno negli sguardi dell’altro. Vivere con se stessi non è facile, a volte è addirittura impossibile; facile dunque insinuarsi nei protagonisti il desiderio di uccidere il proprio io ritrovato nascosto nell’altro. È come se sparando al duo Ahmed-Gyllenhall, i fratelli Sisters eliminassero quel lato buio, pericoloso che li opprime e li affianca silenzioso e funereo sulla strada della loro vita. Gli sguardi in camera di Phienix, l’ampiezza dei gesti di Gyllehnaal, i toni sommessi e timidi di Reilly, sono frammenti di un vaso rotto e poi riassestato con colate d’oro, e per questo ancor più prezioso.

È un treno che accelera e ti travolge a 300 chilometri all’ora The Sisters Brothers. Un treno rosso, come il sangue che scorre e il fuoco che riscalda. Un treno da cui inizialmente vuoi scappare, ma alla fine ti lasci accompagnare in un unico, grande, viaggio cinematografico.

8
  • Voto
    8
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FeaturedRecensioni
Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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