Venezia 76: Ad Astra – La Recensione

Civiltà perdute, terre promesse, legami interrotti e adesso verità da riscoprire fino alle stelle. Il cuore batte e la mente elabora nel cinema di James Gray. In essa c’è...
Ad Astra

Civiltà perdute, terre promesse, legami interrotti e adesso verità da riscoprire fino alle stelle. Il cuore batte e la mente elabora nel cinema di James Gray. In essa c’è l’anima che soffre e il corpo che reagisce. Una lotta continua, dicotomica, protratta e lanciata nello spazio più profondo tra satelliti abitati e pianeti conquistati nella sua ultima fatica, Ad Astra, presentata all’ultima Mostra del cinema di Venezia con protagonista Brad Pitt.

Al centro dell’opera l’astronauta Roy McBride (Pitt) deciso a spingersi fino ai confini più esterni del sistema solare per ritrovare il padre scomparso e svelare un mistero che minaccia il genere umano. Quello che intraprenderà si rivelerà un viaggio indimenticabile che lo condurrà a scoperte così sconvolgenti da mettere in dubbio la natura umana e con essa il suo ruolo nell’universo.

Gravity, Moon, First Man, Interstellar e ora Ad Astra: La complessità dell’esistenza, l’incapacità di trarne un senso è tutta rinchiusa all’interno di un casco. È come se l’irreversibilità dell’esistenza, e con essa il sopraffare beffardo della morte, venga incapsulata in strutture circolari come i caschi degli astronauti o le orbite che devono seguire. Le loro visiere diventano specchi riverberanti una vastità oscura, sconosciuta, infinita, perfettamente compatibile con quella che li assorbe, li prosciuga nella loro intimità personale.

Roy McBride (e prima di lui la dottoressa Roy Stone e il Neil Armstrong di Ryan Gosling) si affida a quello spazio eterno e angusto, famigliare ed extra-terrestre, per superare i propri lutti e menomazioni spirituali. Come tutti i film che affrontano la lacerazione di una coscienza, anche Ad Astra parte da un’assenza. Più che la sconfitta della morte, il protagonista sfida qui il proprio passato in una battaglia edipica concretizzata simbolicamente nella figura ingombrante del padre (Tommy Lee Jones).
La circolarità eterna, che sfida la linearità bio-cronologica dell’essere umano, allude pertanto a un continuo ritorno verso un medesimo punto di partenza. Una coazione a ripetere di gesti compiuti da altri prima di lui, caricati questa volta di misteri da svelare e rivelazioni da interiorizzare. Sarà soltanto quando McBride taglierà quel filo che lo tiene legato alla figura del padre, alla sua continua reiterazione professionale, che l’uomo spezzerà il cerchio dando vita a una nuova linea esistenziale del tutto autonoma, del tutto inedita. Un momento, questo, carico di pathos e suspense, ma a cui lo spettatore giunge quasi esausto.

Ad Astra gioca infatti su un impianto visivo di immane bellezza; le inquadrature mobili e angolate, reduplicano l’animo scosso, frustrato, angosciato del protagonista, creando allo stesso tempo un senso di vertigine e coinvolgimento spettatoriale nei confronti della storia. Un lasciapassare ben presto smagnetizzato nella sua carica attrattiva dalla voce ingombrante, indiscreta dello stesso McBride. I commenti in voice over appesantiscano uno scenario intimistico da assaporare in completo silenzio. Come ben compreso da Damien Chazelle e Alfonso Cuarón, nell’oceano dello spazio, le parole cadrebbero nel vuoto; esse vagherebbero lontane senza colpire l’animo dello spettatore indebolendo così quel senso di pathos e quella carica emozionale che dovevano invece enfatizzare.
A nulla è valsa la performance sommessa e giocata in sottrazione di Brad Pitt, i primissimi piani con cui cogliere ogni minimo segno di debolezza e cedimento fisico e/o psicologico del suo personaggio, o la colonna sonora dai toni struggenti di Max Richter.
Sfoggio di pura estetica sostenuto da fondamenta filosofiche, Ad Astra si presenta come un prodotto per gli occhi a cui manca un’anima. Un corpo bellissimo, attraente, di rara fattura, ma senza un cuore che batte.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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