Venezia 76: Joker – La Recensione

L’ira è improvvisa, imprevedibile. La violenza che contiene si scatena senza preavviso, fragorosa come una risata. Non c’è niente di supereroistico o fumettistico in Joker. I legami ipertestuali che...
Joker

L’ira è improvvisa, imprevedibile. La violenza che contiene si scatena senza preavviso, fragorosa come una risata.

Non c’è niente di supereroistico o fumettistico in Joker. I legami ipertestuali che lo legano a quell’universo di cui diventerà ben presto parte essenziale, si sveste degli abiti di cinecomic per indossare quelli di una discesa agli inferi dell’essere umano. Arthur Fleck può essere un uomo ordinario, bloccato da una malattia figlia di abusi che fanno del suo corpo, ma soprattutto della sua mente, una macchina del dolore inceppata nei suoi meccanismi basilari.

La regia di Todd Phillips è un occhio che tenta di non osservare per poi restare ammaliato dall’universo (ri)creato a sua immagine e somiglianza da Fleck; è un corpo che si allontana per poi lasciarsi conquistare e avvicinare da questo essere mefistofelico a cui non riesce a resistere concedendosi pienamente. Un’attrazione sublime che regala momenti memorabili sostenuti a loro volta da una colonna sonora empatica, capace di esaltare ogni secondo, ogni minuto di questa visione mitopoietica di diavoli in terra. Carrellate, panoramiche, campi lunghi e primissimi piani sono tutti movimenti-specchi di quelli di Arthur. Philips lascia la sua macchina da presa ancorarsi all’interpretazione replicando ogni minimo gesto del suo protagonista e facente parte di una danza liberatoria dalla propria violenta essenza.

Creatura ibrida, raccoglitore di tutti i reietti dentro e fuori dal schermo (si pensi a Travis Bickle di Taxi Driver e Rupert Pupkin di Re per una notte) Arthur Fleck abbandona per strada i suoi retaggi finzionali e fumettistici per radicarsi nel sottosuolo del mondo reale mostrandosi per questo ancora più pauroso.

La metamorfosi in Joker è un processo adombrato di oscurità. Nessuna luce a illuminare il suo cammino, solo ombre e polvere ad ascenderlo verso il mondo dei dannati.

Re dei ribelli, dei poveri, degli inascoltati, Arthur Fleck trova nei spazi claustrofobici di metropolitane, camerini sotterranei e appartamenti troppo angusti il suo regno. I mali della società si addensano nel cuore dell’uomo, lo controllano, risalgono veloci controllandone l’anima e il viso bloccato in un’eterna risata.

Sottratto della sua natura antagonistica e villana, gli amanti dei fumetti e dei cinecomic potranno sentirsi smarriti, un po’ delusi da questa aura umana che avvolge il personaggio di Joaquin Phoenix. Fleck è un uomo ordinario sebbene imprigionato in una psicosi pronta a esplodere in una scia di sangue e violenza. Un cittadino di pseudo-mondi possibili, riflesso non così distorto della realtà che ci circonda, ci strangola Eppure è proprio in questa involuzione allo stato primitivo dell’essere, soggiogato da istinti animaleschi che si ritrova la bellezza di Joker, la sua inventiva e presa di distanza (non per questo da leggere in un’accezione negativa) dalla sua origine cartacea e dal passato extradiegetico al cinema.

Lodare la performance di Joaquin Phoenix per quanto ripetitivo, è un dovere di ogni critico. La risata, le mani che tentano di bloccarla, gli occhi profondi come un mare in tempesta sono frammenti di un animo distrutto, a pezzi, difficile da ricongiungersi se non per il fuoco sacro della vendetta. Una performance sentita, esplosiva, ma mai caricata sebbene lo stesso personaggio lo richieda.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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