Venezia 76: Martin Eden – La Recensione

La recensione del film di Pietro Marcello ispirato all'omonimo romanzo di Jack London...
Martin Eden oscar 2020

Arriva dalla sesta giornata di Venezia 76 la sorpresa di questa edizione: parliamo di Martin Eden, libero adattamento del romanzo di Jack London diretto da Pietro Marcello, che porta la storia del marinaio – aspirante scrittore – da Oackland a Napoli, arricchendola di ulteriori scenari e spunti interpretativi.

A livello tecnico il film è impeccabile. Finzione e materiale di repertorio sono mescolati sapientemente, la vitalità decadente della città campana a cavallo tra Ottocento e Novecento trasuda e colora ogni immagine, grazie anche al lavoro di ritocco effettuato dai tecnici dell’Istituto Luce sulle sequenze originariamente in bianco e nero. Il montaggio, la fotografia e la scenografia danzano insieme con precisione e armonia, seguendo non solo i ritmi dell’esistenza di Martin, dalla giovinezza fino all’età adulta, ma anche quelli del complesso periodo storico in cui è immersa la vicenda.

Nonostante il cambio di ambientazione, il Martin Eden di Marcello non arriva mai a tradire la propria base di partenza: il romanzo di Jack London infatti è un totem letterario dal quale difficilmente si può trascendere, proprio per la sua caratterizzazione semi autobiografica e per i diversi, quanto mai scontati, livelli letterari che ne animano la scrittura. E anche in questo caso, il lavoro del regista, insieme a Braucci, è stato straordinario: rintracciando tra le righe gli spunti più brillanti, la coppia creativa ha metabolizzato il percorso di questo romanziere incompreso, trasferendolo in un mondo molto più vicino alla propria sensibilità e arricchendo quello che nel libro era solo un substrato sociale e politico. Ed è proprio questa destrutturazione certosina della sceneggiatura la colonna portate di tutta la pellicola.

Naturalmente, in un quadro così ben realizzato, la scelta del protagonista non poteva essere da meno. Luca Marinelli sembra essere nato per interpretare il ruolo di questo anti eroe, costantemente impegnato in una lotta interiore tra aspirazioni personali e coerenza morale. Molto più brillante nella prima parte del film che nel secondo blocco, che pecca di maggior lentezza, l’attore romano continua a sorprendere per bravura e dedizione lavorativa, ma soprattutto per quell’atteggiamento discreto che lo distingue dai suoi colleghi di piazza.

Sarebbe troppo sperare in un Leone d’Oro?

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Martina Amantis

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