Venezia 76: The Laundromat – La Recensione

Quando un personaggio al cinema si dimentica del confine diegetico che lo separa dallo spettatore e inizia a rivolgersi direttamente a esso, instaurando un discorso unilaterale, si parla  –...
the laundromat

Quando un personaggio al cinema si dimentica del confine diegetico che lo separa dallo spettatore e inizia a rivolgersi direttamente a esso, instaurando un discorso unilaterale, si parla  – in termini filmici – di “rottura della quarta parete”, o “interpellazione diretta”.
Quella compiuta da Steven Soderbergh nel suo ultimo film per Netflix, The Laundromat, non è una semplice rottura della quarta parte; è una deflagrazione attivata da una miccia composta di caustico sarcasmo. Per mezzo di essa i suoi protagonisti, un Gary Oldman e un Antonio Banderas in stato di grazia, accompagnano con commenti coreutici gli spettatori tra i segreti più profondi dei fantomatici “Panama Papers”. I due attori si travestono da guide diaboliche tra i gironi infernali di truffe, prestanomi e aziende offshore, dando vita a un gioco meta-cinematografico in cui realtà e finzione camminano a braccetto e il confine tra le due salta costantemente.

Affiancandoli a una sempre strepitosa Meryl Streep nei panni di Ellen Martin, una delle vittime dei Panama Papers, Soderbergh crea un sistema di vittime e carnefici sostenuto dal potere dell’ironia e del disvelamento del film come opera di finzione. Mostrando i meccanismi del cinema è come se il regista tentasse di svelare il sistema contorto che ha dato vita allo scandalo reso noto nell’aprile del 2016 con la pubblicazione dei fascicoli dello studio  Mossack Fonseca.

Tra le mani di Soderbergh il cinema non è altro che un’impalcatura strutturale su cui costruire un discorso sferzante e a tratti didattico circa uno degli scandali più drammatici (e alquanto incomprensibile nel suo meccanismo) degli ultimi anni. Giocando con sguardi in camera e quesiti sparati a raffica in direzione dei propri spettatori, il regista coinvolge divertendo un pubblico ignaro di tramutarsi, risata dopo risata, complice dei misfatti organizzati da Ramón Fonseca e Jürgen Mossack.

Spiegare uno dei più grandi (se non “il più grande”) leak di informazioni della Storia, capace di mettere in ginocchio grandi uomini d’affari, multinazionali, capi di Stato e governi, non è cosa facile; stando ai tentativi messi in atto in passato da film dedicati a tematiche analoghe come Il Quinto Potere, o Snowden, possiamo asserire che si tratta di un’azione alquanto suicida.

Ma Soderbergh sa su cosa puntare, conosce lo spettatore medio e il linguaggio più adatto per comunicargli le proprie intenzioni narrative. Seguendo lo stesso percorso intentato da Adam McKay con La grande scommessa, Soderbergh si affida a punch-line e a uno sguardo cinico che sa essere anche ironico, per costruire una black-comedy capace di insidiarsi nella mente dello spettatore, lasciando dietro ogni sua risata un retrogusto amaro di ingiustizia e vendetta contro il dio denaro.

Perché lo spettatore lo sente subito – sebbene tenti di negarlo – che dietro ogni sorriso in The Laundromat si nasconde una traccia di dolore; è lui, dopotutto, il più grande motivatore, la più feroce spinta propulsoria che ci spinge a indagare e spostare il velo di Maya che ci separa dai misteri più indecifrabili e le verità più drammatiche.
È il dolore a dare il via all’intreccio, a immergere lo spettatore nell’oceano dispersivo dei Panama Papers vestendosi con i falsi abiti del sarcasmo; è il dolore di una donna messa dall’infausto destino contro il muro della vita a dettare i punti di svolta del film, scoprendo a ogni suo passo nuove verità scottanti e infinite forme di ingiustizia concepite dalla mente umana.

“Una bella sceneggiatura è una mappa del mondo; ti può portare dove vuoi” ha affermato Steven Soderbergh in conferenza a Venezia; e quella che lo sceneggiatore Scott Z. Burns ha creato basandosi sul libro Secrecy World del giornalista Jake Bernstein, è davvero una mappa magica che ha condotto il regista ai confini dell’universo, tra onde anomale alte quanto punti interrogativi generati da concetti incomprensibili e termini a prima vista paurosi, raggirate con virate farsesche e battute a bruciapelo.

Gli sfondi fittizi, i green-screen, le ambientazioni ricreate in digitale e le scenografie artificiali abitati da uomini e donne che sanno di esistere nel tempo di un ciak, diventano nell’universo di Soderbegh la perfetta metafora speculare del microcosmo finanziario creato da Fonseca e Mossack: totalmente inesistente.

Un gioco di specchi e di scatole cinesi in cui tutto è uguale a tutto pur non essendo niente; un universo solo apparentemente confusionario, fatto di persone che entrano ed escono dall’inquadratura come luci abbaglianti nella notte, per poi scomparire alla stessa velocità con cui sono comparsi (si pensi ai due inserti a se stanti sulla famiglia di colore che nel lusso sfrenato scopre l’infedeltà del padre, o l’episodio ambientato in Cina con il finanziere interpretato da Matthias Schoenaerts avvelenato da una spietata donna d’affari); un universo vuoto di contenuti che il regista ha trasformato in uno dei saggi più interessanti ed esaustivi sull’essere umano e la sua innata attrazione per la ricchezza.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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