Venezia73 – Arrival

La nostra recensione del nuovo film di Denis Villeneuve che pare di fantascienza, ma non lo è.
Poster

“Perché gli alieni sono giunti sul pianeta Terra?”; “Perché adesso?”; “Quali sono le loro reali intenzioni?”. È dai tempi dell’età vittoriana che l’immaginazione umana si affida a tali quesiti per sprigionare la propria fantasia e lasciare un proprio segno in tutte le forme d’arti spargendo il seme della fantascienza. L’infinitezza dell’universo e l’utopia che ci sia veramente un’altra forma di vita che abita chissà quali pianeti, chissà quali galassie, ha investito sin dai suoi esordi anche il cinema, sogno ad occhi aperti per antonomasia, offrendo nel corso del tempo opere del calibro de La Guerra dei Mondi, Alien, E.T, X-Files. La stessa domanda, “why are they here”, fa da base strutturale anche al nuovo film di Denis Villeneuve, Arrival (non a caso è la tag-line designata per promuovere il film). È la chiave di volta, l’oggetto magico che fa sì che nell’intreccio venga coinvolta nelle vesti di eroina la linguista Louise Banks (Amy Adams), coadiuvata dall’astrofisico Ian Donnelly (Jeremy Renner), al fine di decifrare l’incomprensibile linguaggio alieno e scoprire così le vere intenzioni dietro all’approdo di creature extraterrestri sul nostro pianeta.

Pur essendoci tutte le basi per considerarlo tale, Arrival non è un film di fantascienza. Denis Villeneuve ancora una volta designa un genere, lo fa suo, finendo per aggiungervi elementi nuovi capaci di rinnovarlo completamente. Sin dal suo inizio capiamo che in questo film si cela molto più di un semplice atterraggio alieno in suolo terrestre. I primi piani su Amy Adams, la musica, gli sguardi in macchina, tutto concorre alla ricerca di un immediato impatto emotivo con il proprio pubblico; si tenta, cioè, di stabilire un rapporto di immedesimazione spettatoriale, anticipando quel sottosuolo di introspezione e ricerca psicologica che finirà per caratterizzare tutto il decorso dell’opera. Lo stesso incontro con gli alieni non ha nulla di quanto già offertoci in passato da film dal medesimo soggetto, se non la tensione e il senso di smarrimento e paura per avere a che fare con un qualcosa, o qualcuno, a noi completamente sconosciuto. Perché, ricordiamoci, che la mancanza di conoscenza genera sempre nell’essere umano un senso di terrore, perché rivela un’incapacità di gestione del contatto (o il dominio) con ciò che abbiamo davanti. Non a caso Villeneuve (che della paura di affrontare ciò che a noi appare del tutto sconosciuto, sia esso un nostro riflesso allo specchio, o un criminale psicopatico, ha fatto vera e propria tematica cinematografica), ricrea uno spazio distopico, claustrofobico, alienante e vertiginoso fino alla nausea, non dissimile da quello portato sullo schermo già in precedenza con Enemy o Prisoners. La ripresa dal basso verso l’alto, il restringimento dell’inquadratura, il focalizzarsi sul volto dei personaggi per accentuare quel senso di angoscia che li pervade chiusi dentro a una tuta di contenimento, non fa altro che spostare questo punto di svolta narrativo dato dall’incontro con gli alieni, verso l’asse psicologica piuttosto che su quella dell’azione, o della lotta per la predominanza della razza umana su quella aliena.

Se di sfida tra uomo e alieno bisogna parlare, allora questa si giocherebbe tutta sul campo della comunicazione. Ecco il grande apporto dato da Villeneuve: l’aver dotato la propria opera di spunti filosofici ed etici non focalizzandosi più sull’uso di armi, ma sull’uso della parola. Tradurre il linguaggio alieno non significa tanto combattere questi nemici apparenti, quanto sconfiggere il pregiudizio. Solo così possiamo giungere a una più approfondita conoscenza degli altri e, di conseguenza, di sé stessi, con il proprio passato, presente e, chissà, anche futuro. Già, perché nel mondo di Arrival dove tutto è sospeso e privato della forza di gravità, anche il tempo pare slegarsi da ogni forma di continuità razionale. Il passato di Louise Banks e Ian Donnelly si mescola al loro presente e futuro, in un cerchio temporale il cui confine pare essere stato delimitato da uno di quei segni linguistici dalla forma circolare alla base dell’alfabeto alieno e attraverso cui è stato possibile stabilire un contatto tra i due mondi.

Arrival è un puzzle da decifrare, un sentiero da seguire attentamente previo un fin troppo facile senso di perdita e disorientamento. È un collage fatto di immagini oniriche e mentali, volte a sostituire una realtà troppo difficile da comprendere con l’uso del raziocinio. È un saggio sullo stato delle cose attuali, dove la paura dell’altro, dello straniero, è diventato il vero terrore, quando è solo la paura di non essere compresi e l’incapacità di comunicare a doverci veramente terrorizzare. Arrival è tutto, meno che un film di fantascienza.

 

Arrival
8
Arrival
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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
4 Commenti su questo post
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    Blade Runner 2: secondo Denis Villeneuve non ci sarà una versione Final Cut – abovetheline.it
    13 Settembre 2016 at 20:43
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    […] l’esperienza Veneziana con Arrival, Denis Villeneuve torna a parlare del suo progetto più atteso: Blade Runner 2. Il sequel del cult […]

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    Han Solo: A Star Wars Story, Bradford Young sarà il direttore della fotografia – abovetheline.it
    23 Settembre 2016 at 15:09
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    […] Bodies Saints (2013), Selma, 1981: Indagine a New York (A Most Violent Year) e l’ultimo, Arrival, presentato quest’anno alla Mostra Cinematografica di Venezia, Bradford Young è stato scelto […]

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    Arrival: il film di Villeneuve arriverà a gennaio – abovetheline.it
    5 Ottobre 2016 at 19:02
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    […] essere passato per Venezia (qui la nostra recensione), il viaggio italiano di Arrival sembra aver subito qualche rallentamento. […]

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    Arrival: i protagonisti nei nuovi character poster – abovetheline.it
    9 Ottobre 2016 at 16:54
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    […] forte anche del successo di pubblico e critica ottenuto alla scorsa Mostra del cinema di Venezia (qui la nostra recensione), per goderci la visione di tale opera bisognerà aspettare il 12 gennaio […]

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