Venezia74: Woodshock

Il cinema del Giardino della Mostra del cinema di Venezia è stato il teatro perfetto per il debutto alla regia delle sorelle e stiliste Mulleavy.
Woodshock

Piccola premessa: di Tom Ford ce ne è uno solo, e fin quando gli stilisti decidono di far film senza riuscire a trovare un proprio stile unico e riconoscibile, l’unica cosa da fare è cadere nel facile paragone e stabilire le loro opere come mere e deboli tentativi di emulazione del regista di A Single Man. Con Woodshock le sorelle Kate e Laura Mulleavy hanno tentato di apportare sul grande schermo la loro estetica artistica, e il loro stile fuori dalla norma, (proprio come stravagante e fuori dal coro è il loro brand Rodarte) ma il risultato finale non è altro che un agglomerato di immagini distopiche e oniriche, unite insieme da un filo narrativo anemico e confusionario, che più che accompagnare lo spettatore nel  trip stupefacente in cui si è immersa la protagonista Teresa (Kirsten Dunst), lo lascia imprigionato in uno stato di irritazione e di infinite domande a cui mancheranno le risposte.

Lanciato da un incipit narrativamente comprensibile (la morte della madre di Teresa ad opera di quest’ultima), il film si lascia andare ad una scorribanda di sequenze psichedeliche e ad alto tasso onirico, dove vediamo la Dunst affidare il proprio dolore alla droga e lievitare, vagare senza meta, saltare il proprio lavoro proprio come il film salta la componente razionale con distratta abilità. In Woodshock c’è tutto, anche riferimenti a opere di altri registi (luci verdi alla Vertigo di Alfred Hitchcock, primi piani dalla fotografia delicata e dai colori pastello alla Sofia Coppola) travestiti malamente a omaggi, e che nel pentolone antinarrativo imposto dalle Mulleavy, non fa altro che rasentare la presunzione e accentuare la penuria di elementi innovativi e personali.

Le camminate bucoliche di Teresa si rifanno a quelle di Terrence Malick, sia visivamente che contenutisticamente. Lontana da una destinazione finale, la Dunst cammina senza motivo, trascinata dai pensieri e dal proprio inconscio. Sono camminate compiute in solitudine, che la isolano dalla famiglia (il marito Nick) e dagli amici (il collega di lavoro Keith, interpretato da Pilou Asbaek), ma soprattutto dallo schermo. Sono camminate prive di senso, come forse senza un rigore logico è lo stesso Woodshock, opera compiuta solo per sperimentare e con cui lasciare libera la componente più irrazionale delle due registi, con un occhio sociale rivolto verso alla condanna alle droghe. Eppure vi è un qualcosa di fastidiosamente pretenzioso in questo pamphlet simbolico. Qualsiasi fosse il motivo scatenante che ha portato le due sorelle a realizzare quest’opera, sia esso la mera associazione di idee, che una morale profondamente e volutamente nascosta, il fatto che essa non sia accessibile a tutti rende Woodshock molto più simile a un’installazione da museo che un lungometraggio da portare nelle sale.

Peccato perché l’interpretazione della Dunst varrebbe da sola il prezzo del biglietto. Ma si sa, se una rondine non fa primavera, una buona performance non fa un ottimo film.

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Elisa Torsiello

Inalo la polvere delle sale cinematografiche per poi tossire recensioni.
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