Vittoria e Abdul

La recensione del nuovo film in costume di Stephen Frears, presentato fuori concorso a Venezia 74, dal 15 settembre nelle sale
vittoria e abdul

Storia di una’amicizia profonda e sconosciuta ai più fino ad oggi, Vittoria e Abdul porta sul grande schermo la scoperta che Sharabi Basu fece nella residenza della regina e imperatrice Vittoria del Regno Unito presso l’isola di Wight: accanto al ritratto di uno dei suoi amori, custodito nello spogliatoio privato, la scrittrice trovò infatti quello di un giovane ragazzo indiano, Abdul Karim. Incuriosita dal particolare ritrovamento, la Basu decise allora di dedicare il suo lavoro alla ricostruzione del legame segreto che lo aveva avvicinato a una delle sovrane più importanti della storia della corona inglese.

A dirigere questa nuova pellicola ambientata tra i corridoi di Buckingham Palace, ci ha pensato ancora Stephen Frears che, dopo The Queen, torna a trattare di intrighi di palazzo, passando dalla prospettiva della ieratica Elisabetta a quella della longeva e pungente Vittoria. Con l’aiuto di Lee Hall (Billy Elliot) alla sceneggiatura, il risultato cinematografico è un mix di diverse influenze culturali, che deriva dallo scontro delle differenti culture e posizioni sociali rappresentate da Vittoria e Abdul, insaporito da quel tocco witty che caratterizza lo scambio di battute tra i protagonisti.

Peccato però che la vicenda dell’incontro che cambiò la vita della regina, così ostacolato e mal visto dalla corte, tenda più verso la pesantezza che verso la freschezza a cui Frears ci ha da sempre abituati, soprattutto nello stile di regia scelto, anche se in alcuni momenti la vediamo tornare con forza attraverso gli occhi della magnifica Judi Dench, conferma continua di grande talento.

L’anima della pellicola però supera in qualche modo le lacune stilistiche, per arrivare dritta al pubblico con un messaggio molto chiaro, che i più cinici troveranno forse banale: oltre l’appartenenza religiosa, culturale o etnica, c’è un immenso spazio in cui ognuno di noi può sentirsi libero di esprimere la parte più intima di se stesso. Si chiama amicizia, e questo fa di Vittoria e Abdul un film estremamente contemporaneo, anche se vestito d’epoca.

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Martina Amantis

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